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Povertà nel mondo: “frontiere aperte” come soluzione radicale?

Il 18 dicembre si è colta l'occasione per celebrare la Giornata Internazionale degli Immigrati [fr]. In questi tempi di crisi economica mondiale, l'immigrazione proveniente dai Paesi in via di sviluppo è stata spesso additata da diversi partiti politici come fonte di disoccupazione nei loro rispettivi Paesi. Nonostante finora non vi sia nessuna ricerca in grado di comprovare il fatto che l'immigrazione abbia veramente avuto un ruolo centrale nella crisi occupazionale, questa convinzione, ormai impressa nella mente di molti, è dura a morire.

Vi è anche un altro fenomeno che si è ben stabilito nel tessuto di molte società sviluppate: l'aumento di campagne umanitarie durante il periodo festivo. Infatti, ad ogni fine d'anno, nei Paesi più sviluppati, si lanciano simili campagne mirate a incoraggiare i cittadini a versare contributi per combattere la povertà in regioni più lontane e meno fortunate.

In aggiunta alla diffusione, nel periodo festivo, di immagini di estrema povertà (definita anche come “poverty porn” [en, come negli articoli successivi, tranne dove diversamente indicato] nel settore dello sviluppo, quando tali immagini vengono eccessivamente strumentalizzate dalle istituzioni benefiche) vi sono delle statistiche allarmanti:1,4 miliardi di persone vivono con meno di 1,25$ al giorno. Nonostante alcuni progressi economici in molte nazioni africane, l'ineguaglianza sociale è ancor più marcata nel continente africano.

Gli economisti prevedono che entro il 2015, 1/3 della popolazione povera del mondo risiederà nel continente africano. Di fatto, la difficoltà economica è uno dei fattori indicati dalle 700 milioni di persone in tutto il mondo che desiderano abbandonare il loro Paese d'origine.

Nomadi in Marocco, immagine tratta da Flickr di Antonioperezrio (CC-NC-2.0)

Nomadi in Marocco; immagine di Antonioperezrio, rirpesa da Flickr con licenza Creative Commons NC-2.0

Spesso si ha l'impressione che i Paesi meno sviluppati semplicemente non riescano a sottrarsi al flagello della povertà, perché a quanto pare impotenti davanti alla grandezza di tale compito. Inoltre, spesso a questi Paesi viene ricordata la loro incapacità di soddisfare i bisogni della loro popolazione senza il sostegno internazionale, il quale nonostante sia una conseguenza di gravi crisi, viene spesso visto come un ricorrente affronto all'orgoglio nazionale.

Molti esperti ritengono che in realtà la povertà non sia inevitabile, ma, per molti esperti di economia, la soluzione più radicale per una drastica riduzione della povertà mondiale consisterebbe nell'aprire le frontiere tra i vari Paesi e permettere ai lavoratori di emigrare laddove vi è una maggiore richiesta di manodopera.

I professori Marko Bagaric e Lant Pritchett sono stati tra i primi studiosi ad aver introdotto ilconcetto di “frontiere aperte” come soluzione per ridurre la povertà mondiale.

Bagaric scrive:

L’ invio di proventi in luoghi più poveri è encomiabile, ma è troppo lento e irregolare per aumentarne davvero il benessere. Si potrebbe invece perseguire direttamente questo scopo, liberando il flusso di persone cosicché possa dirigersi dove si trovano beni e opportunità […] La crisi della fame è una crisi della ripartizione di cibo e non della mancanza di quest'ultimo. Il miglior modo per combattere la povertà nel Terzo Mondo si trova nell'aumentare significativamente la migrazione verso l'Occidente. Una volta trovatesi in una situazione in cui sarebbero costrette a cavarsela da sole, molte persone andrebbero laddove si trovano i mezzi di sostentamento, portando così a un equilibrio approssimativo tra le risorse e la popolazione mondiali.

Lant Pritchett spiega il concetto in modo dettagliato nel suo libro (del 2006): Let Their People Come: Breaking the Gridlock on International Labor Mobility, nel quale cita i risultati di un'apposito studio, sostenendo che:

Eliminando le ultime barriere doganali del pianeta il PIL mondiale aumenterebbe di circa 100 miliardi di dollari. L'eliminazione delle barriere d'immigrazione, invece, raddoppierebbe il reddito mondiale; ciò significa che il PIL mondiale aumenterebbe di 60 trilioni di dollari. Questa ricchezza in più si distribuirebbe nel mondo, ma i maggiori beneficiari sarebbero le persone che ora vivono nei Paesi poveri.

Dimostrazioni tenute a Parigi a favore del diritto di lavoro degli immigrati, immagine tratta da Flickr di austinevan (CC-NC-SA-2.0)

Dimostrazioni tenute a Parigi a favore del diritto di lavoro degli immigrati, immagine tratta da Flickr (austinevan, licenza CC BY-2.0)

La Banca Mondiale ha pubblicato uno studio sul contributo degli immigrati all'economia dei loro Paesi d'origine grazie alle rimesse dall'estero. Secondo lo studio ci si aspetta che le rimesse raggiungeranno i 351 miliardi di dollari verso i Paesi in via di sviluppo e 481 miliardi di dollari a livello mondiale, inclusi i paesi ad alto reddito. Lo studio cita inoltre:

Il flusso di rimesse verso quattro delle sei regioni in via di sviluppo, designate dalla Banca Mondiale, nonostante le difficili condizioni economiche in Europa e altre destinazioni degli immigrati africani, è aumentato più velocemente di quanto ci si aspettasse: dell'11% verso l'Europa Orientale e Asia Centrale, del 10,1% verso il Sud Asia, del 7,6% verso l'Asia orientale e il Pacifico e del 7,4% verso l'Africa sub-sahariana.

Non c'è bisogno di dire che queste teorie non-ortodosse vengono messe in dubbio da molti esperti e politici. Frank Salter spiega che le maggiori preoccupazioni derivano dalle disfunzioni relative a ogni società multiculturale:

Un'immigrazione senza restrizioni nuocerebbe agli interessi nazionali (dell'Australia) come documentato da studiosi di economia, sociologia e discipline relative. Gran parte dei danni si può prevedere da quel che già si sa sui problemi relativi all'eterogeneità in una società: tra questi si conta la crescente ineguaglianza della forma particolarmente ingiusta della stratificazione etnica. L'eterogeneità è stata associata a una democrazia ridotta, una crescita economica in rilento, una coesione sociale e un aiuto esterno in calo, un aumento della corruzione e  rischio di conflitti civili.

Da un punto di vista politico, l'Europa non ha intenzione di aprire le frontiere, ma piuttosto il contrario. In Francia ad esempio, la legge Guéant ha posto delle restrizioni sulla possibilità di assunzione, scatenando varie reazioni. Julie Owono, autrice di Global Voices, descrive le implicazioni di questa legge e le reazioni dei blogger[it] africani che la ritengono una ragione in più per contribuire allo sviluppo dei loro Paesi. Sul blog di Rue 89′, Owono aggiunge che la legge Guéant emargina gli studenti stranieri con possibilità economiche limitate. [fr].

In Africa, soltanto qualche esperto ha studiato l'idea delle frontiere aperte, la quale è senz'ombra di dubbio troppo lontana dalla realtà del continente. Arash Abizadeh, professore di filosofia all'università McGill, non appoggia l'apertura delle frontiere, però afferma che il sistema di confini attuale non può essere giustificato da una logica liberale ugualitaria. Abidazeh afferma che se ci si vuole attenere al credo che “Tutti gli uomini sono nati liberi e uguali”, la costituzione di confini è in sé una violazione di tale principio.

Il blogger malgascio Sly ha scritto a proposito dei rischi di aprire le frontiere:

Sono africano, e se da una parte l'apertura delle frontiere potrebbe essere una buona idea, dall'altra vi sono degli ostacoli:
-il traffico minorile
-il traffico di stupefacenti
-la diffusione del virus dell'HIV e di altre malattie
-la formazione di campi profughi nelle nazioni più benestanti, la quale causerebbe dei problemi.
Detto questo, c'è da ricordare che sono proprio alcuni paesi africani ad adottare il sistema delle frontiere aperte con i Paesi confinanti.

Sly si riferisce al fatto che l'apertura delle frontiere tra il Kenya, l'Uganda e l'Etiopia, come tentativo di aumentare l'integrazione economica regionale, ha causato, durante la recente crisi della fame, gravi problemi nella regione .

L'idea di usare le frontiere aperte per ridurre le inuguaglianze sociali nel mondo implica che ridurre la povertà mondiale sarebbe la più grande priorità al mondo, e quindi più importante di altre questioni, come la sicurezza e gli interessi nazionali di ogni Paese. La teoria di Prithcett e Magric presenta certamente parti controverse che potrebbero comunque ampliare il dibattito.

Tuttavia, nonostante le affermazioni della comunità internazionale che vuole ridurre la povertà nel mondo, la soluzione delle frontiere aperte è da considerarsi soltanto in contesti specifici e non avrà la precedenza su altre questioni nell'agenda internazionale.

1 commento

  • Roberto

    Io non capisco come coloro che sono nel sistema di donazioni possano essere testardi al punto di ignorare un prezioso consiglio che Io ho dato. Sembra che stiano facendo competizione di intelligenza con chi può veramente risolvere i problemi. Gli ho chiaramente scritto su delle e-mails che il problema della fame si può alleviare in grande misura insegnando ai popoli a nutrirsi da soli. Invece che cibo costante si dovrebbero sovvenzionare impianti fotovoltaici gratuiti e pompe sommerse con relativi minori attrezzi per l’agricoltura. Dei gruppi scelti potrebbero avere tali attrezzature e questi potrebbero a loro volta fornire cibo per altri collaboratori della fattoria in tutte le vicinanze. Ora ditemi voi perchè ignorano tali consigli. Io non capisco dove si voglia arrivare a chiedere costanti finanziamenti invece di insegnare la gente a campare da sola.

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