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Africa: grandi attese e rilanci per Obama

All’indomani della rielezione [en] di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti, l'Africa dovrà rivedere l’eredità [fr] lasciatale da questo governo. Durante i precedenti quattro anni, infatti, il Capo degli Stati Uniti si è dovuto più preoccupare per la crisi economica che per le relazioni internazionali, trascurando specialmente il continente africano. Le aspettative degli africani [en] sono sempre state alte, e nonostante le delusioni, sono in molti a pensare che il secondo mandato permetterà a Obama di avere un margine più ampio di manovra sui problemi africani.

Il Presidente degli Stati Uniti con la famiglia durante la visita al castello di Cape Coast in Ghana. (Foto su Flickr da pd2020@sbcglobal.net, licenza CC-NC-BY)

Secondo Adrien Hart, in base a quanto dichiarato su Slate Africa [fr] , l'eredità africana del Presidente Obama andrebbe analizzata da più punti di vista. Spiegandosi meglio a riguardo [fr] ha poi aggiunto che:

Visiblement peu à l’aise pour endosser l’habit du « gendarme du monde », il a géré les affaires du monde en bon père de famille, sans faire de vague. Ses détracteurs lui reprochent un manque flagrant de leadership, ses partisans mettent en avant son humanité et rappellent que Ben Laden a été éliminé sous son mandat. Avec lui, l’Amérique est devenue moins arrogante. Mais a-t-elle gagné en popularité dans le monde musulman et en Afrique? Pas sûr. Bien sûr, concernant l’Afrique, Obama a essayé de se rattraper. En août 2010, il a reçu à la Maison blanche plus d’une centaine de jeunes Africains pour discuter de leur « vision de l’Afrique pour les 50 ans à venir », critiquant implicitement la génération des indépendances.

Obama sarebbe stato visibilmente a disagio nelle vesti di “gendarme del mondo”. Occupandosi invece degli affari globali col buon senso di un padre di famiglia, ha evitato di sollevare polveroni. Gli oppositori lo hanno accusato di mancanza di polso e leadership, mentre i sostenitori hanno volto lo sguardo più alla sua umanità, ricordandoci che Bin Laden non esiste più grazie a una sua missione. Con Obama l'America si è lasciata alle spalle un po’ di arroganza. Si può dire dunque che sia diventata più popolare tra i musulmani e in Africa? Non ne si può essere certi. Certo è che, per quanto riguarda l'Africa, Obama ha cercato di recuperare. Nell'agosto del 2010 ha ricevuto più di un centinaio di giovani africani [en] alla Casa Bianca per discutere sulla loro “visione del proprio continente da qui a 50 anni” e durante il dibattito non sono state tralasciate, nemmeno implicitamente, le critiche alla generazione dell'indipendenza. [ndr: i leader africani eletti alla fine dell’imperialismo coloniale.]

Tuttavia, secondo molti, Obama ha dovuto superare prove estenuanti. Su RFI sono apparse le parole di Nadine Gordimer, vincitrice del Premio Nobel del Sudafrica, che pensa che un solo mandato [fr] non sarebbe stato sufficiente per risolvere tutti i problemi del mondo:

Dans un grand pays avec autant de problèmes, difficile de les régler tous en un mandat. Mais je pense qu'il a eu la bonne approche. Sa philosophie et son énergie vont globalement dans le bon sens. Et bien sûr, les Etats-Unis sont très importants pour le reste du monde. S'ils éternuent, c'est le monde entier, nous autres, qui attrapons une pneumonie. Je pense aussi qu'il a les bonnes idées en matière d'égalité, matérielle etdans les esprits.

In un grande Paese, con così tanti problemi, sarebbe stato difficile porre rimedio a tutto in quattro anni, ma Obama ha scelto l'approccio ideale. La sua filosofia ed energia stanno andando nella giusta direzione, anche a livello mondiale.
Gli Stati Uniti sono senza dubbio importanti per il resto del mondo. Tutto il mondo rischia una polmonite a un loro starnuto. Penso anche che Obama abbia le idee giuste riguardo all'uguaglianza, sia praticamente che consapevolmente.

Obama durante il suo discorso ad Accra, Ghana, nel 2009. Ripreso da L'expressmu

Le critiche sulla strategia pensata da Obama per l'Africa sono molto aspre. Gene Jealy del think tank liberale Cato Institute [it] ha descritto così l'azione militarizzata dell'amministrazione americana [en] in Africa:

Quattro anni fa in pochi avrebbero previsto che una delle eredità lasciate dal Presidente Obama, come la militarizzazione della politica estera statunitense, avrebbe coinvolto anche l'Africa. [..]
Questa maniera promiscua di fare la guerra può condurre a conseguenze inaspettate. L'intervento degli Stati Uniti in Libia, ad esempio, alimentò la guerra civile in Mali. I tuareg al servizio dell'esercito di Gheddafi si unirono al combattimento dopo la caduta del dittatore.
Ad oggi non è ancora chiaro se la presenza militare estesa in Africa sia davvero utile al bisogno di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

 

L'Ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo, Henri Lopès, crede che le aspettative riposte dagli africani su Obama siano illogiche. Su RFI, ha affermato [fr]:

Il ne faut pas se faire d'illusions. Obama est le fils d'un Africain, mais Obama est américain. Son élection est historique dans un pays qui a connu l'esclavage et la ségrégation. Mais sur le plan de la politique, il s'agit de grands calculs d'intérêts.

Non dobbiamo farci illusioni. Obama non è africano, ma statunitense. La sua elezione è da considerarsi storica in un Paese che ha conosciuto la schiavitù e la segregazione, ma ragionando sul piano politico bisogna tener conto degli interessi su larga scala.

A Kogelo in Kenya, la donna che Barack Obama considera sua nonna, Mama Sarah [en], non condivide queste critiche. La giornalista Stéphanie Braquehais ha raccontato come la nonna ha vissuto la vittoria di suo “nipote” [fr]:

Sourire en coin, elle répond aux questions avec vivacité et humour. A chaque déclaration, elle plisse les yeux et donne parfois un coup de coude à son voisin. A aucun moment, elle ne dérive de son propos. “C’est Dieu qui a permis cette victoire”, elle refuse de parler «politique » et compte bien se rendre aux Etats Unis pour l’investiture.

Con un accenno di sorriso, risponde alle domande con vivacità e humour. Ad ogni affermazione strizza un po’ gli occhi, dando colpetti alla persona che ha dietro. Non cade mai in errore o in polemica e afferma sempre che “è Dio che ha voluto questa vittoria” e che ha intenzione di recarsi negli Stati Uniti per l'inaugurazione, rifiutandosi tuttavia di parlare di politica.

L'elezione di Barack Obama per il secondo mandato significa molto per i giovani africani. In Madagascar i blogger si sono alzati all'alba per seguire i risultati delle elezioni. Qui il video del loro incontro, reso disponibile online da jiviard [fr]:

 

Anche se la delusione per l'eredità lasciata da Obama in Africa è tangibile, le sue convinzioni politiche sembrano convergere con quelle della maggior parte degli africani. Il legame quasi “chimico” sentito in Africa per Obama non è dovuto ai suoi legami familiari, bensì a un pragmatismo geopolitico e a interessi comuni da difendere, come ha anche ribadito [fr] Adrien Hart:

Obama, comme les Bush avant lui, n’a pas vu venir en Afrique l’«ogre chinois». Les Américains, tout comme les Européens, n’ont pas anticipé non plus la menace croissante des «fous de Dieu» en Afrique [..]Obama n’a rien pu faire pour contrer l’avancée des Chinois et des islamistes. Mais l’Afrique votera-t-elle en novembre pour son adversaire Mitt Romney, républicain, mormon et surtout immensément riche, sûrement trop riche? Sûrement pas. Oui, Obama a déçu. Mais l’Afrique ne veut pas qu’il parte. Sans lui, cela serait pire.

Obama, come la famiglia Bush prima di lui, non vide il “Dragone Cinese” arrivare in Africa. Gli americani, proprio come gli europei, non hanno anticipato nemmeno la minaccia crescente dei “fanatici di Dio”, in Africa. [...] Obama non avrebbe potuto fare alcunché per opporsi all'avanzata cinese ed islamica. Domandiamoci, tuttavia, se l'Africa avesse potuto, avrebbe votato a novembre per il concorrente repubblicano, mormone e soprattutto ricchissimo Mitt Romney? Sicuramente no. Obama sì ci ha delusi, ma l'Africa non vuole abbandonarlo. Senza di lui si andrebbe incontro al peggio.

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