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Nigeria: il successo della campagna #SaveOke

Ighiwoto Okeghene John è un giovane nigeriano che ha quasi perso non solo i piedi, ma anche la vita a causa del diabete. In altre parole, #Oke ha quasi “riabbracciato” i suoi avi perché le sue condizioni economiche gli impedivano di ricevere le cure mediche di base. Un gruppi di netizen locali ha così deciso di lanciare la campagna #SaveOke, sotto il coordinamento di Linda Ikeji — ennesima prova della forza dei social media nella regione più popolata dell'Africa.

Chi è #Oke?

Il protagonista di questa storia dice di sé:

Ighiwoto Okeoghene John (Oke). Foto tratta da: Lindaikeji.blogspot.co.uk)

Ighiwoto Okeoghene John (Oke). Foto tratta da: Lindaikeji.blogspot.co.uk

Mi chiamo Ighiwoto Okeoghene John. Ho frequentato il Federal Government College, a Warri. Ero stato ammesso all'Università Obafemi Awolowo. Come molti giovani, ma al contrario di tanti, non sono riuscito a finirla. Sono stato diagnosticato con il diabete di livello 1 e 2. La mia salute ha cominciato a degenerare. Le gambe non mi reggono più. Ho una ferita che mi ha mangiato gli alluci e rifiuta di guarire.

Come molti altri, nel gennaio 2012 ero furioso contro un Paese sprovvisto di servizi sanitari adeguati, un Paese in cui dovevo pagare così tanto per avere la mia iniezione di insulina quotidiana. Ero furioso al pensiero di riuscire a malapena a seguire la dieta consigliatami dai medici perché troppo costosa. Ero furioso, ma non potevo uscire per andare a protestare. Non potevo neppure camminare. Negli ultimi sei anni le mie gambe mi hanno abbandonato, non riescono più a sostenermi. Non riesco più a muoverle. La mia salute sta degenerando, ma continuo a sperare di poter stare meglio.

Nella vita ci sono cose che non puoi scegliere. La famiglia e il Paese in cui sei nato. I tuoi geni. Le malattie trasmesse da quei geni. Non puoi cambiarle. Non puoi cambiare tutto questo, ma qualcosa c'è che puoi cambiare. Qualcosa che puoi salvare. Le mie gambe. La mia vita.

Devo trovare 5 milioni di Naira per operarmi in India. Dovete aiutarmi a lasciare questo divano. In realtà anche il divano si sta stufando di me. Il legno del bracciolo che uso come cuscino adesso mi fa dolere la testa, tanto è logoro e consumato. In realtà il mio corpo si sta stancando, va indebolendosi. Devo riprendermi la vita. Ho bisogno del vostro aiuto.

Il fulcro della campagna #SaveOke

Omojowa riassume la situazione:

A Oke è stato diagnosticato un diabete di livello 1 e 2. La ferita all'alluce si è portata via i suoi piedi. Ora minaccia di prendersi la sua vita. Oke ha bisogno del vostro aiuto. Oke ha bisogno di 5 milioni di Naira per un'operazione chirurgica in India. Oke ha bisogno di questi soldi subito.

Potete fare due cose per aiutarlo: donare qualsiasi somma per salvargli la vita. 5 milioni di Naira sono una grossa cifra. Sarebbe meraviglioso se una sola persona la donasse. Ma 5 milioni si raggiungono con appena cinquemila persone e una donazione da 1000 Naira ciascuna. Per favore, provate a donare un minimo di 1000 Naira. Meglio se è qualcosa in più.

La campagna diventa virale

Le strategie operative vengono esposte al meglio nel blog Fairy GodSisters:

Twitter:

Ho visto la cifra di cui aveva bisogno per l'operazione, appena 5 milioni di Naira. Mio Dio! Pensai subito all'inchiesta in corso all'Assemblea Nazionale, al colossale pranzo da 850.000 Naira, e capii che o una di quelle persone firmava un assegno per la somma totale oppure avremmo messo insieme tutti i nostri spiccioli. In ogni caso, 5 milioni di Naira era una cifra fattibile.

Andai su Twitter e presi a diffondere le foto con la nota “attenzione, immagini crude”, chiedendo alla gente prima di pubblicizzare e poi di fare una donazione. Da qui partono i miei primi ringraziamenti. A @KathleenNdongmo, @4eyedmonk, @omojuwa,@MrBankole, @ykprojects — i quali non solo hanno fatto girare la voce, ma hanno anche offerto il proprio appoggio. Che tutto l'aiuto di cui possiate mai aver bisogno non richieda più di un messaggio da parte vostra!

@KathleenNdongmo (quasi dietro imbeccata) mi aveva detto di contattare i ragazzi del CCHub. Non ne avevo mai sentito parlare, ma sembrava che avessero capitanato con successo la campagna per la riparazione dei tetti distrutti dei sobborghi di Yaba, grazie a una pagina Web. Era fantastica, ed è al secondo posto nell'indice di gradimento. Telefonai a Tubosun, tra i fondatori del CCHub, e benché fosse passata la mezzanotte (ora nigeriana), non solo fu gentile, ma accettò anche di aiutarmi! E ciò nonostante la sua azienda fosse nel pieno di un evento febbrile. Un grosso grazie va anche a Stanley, sviluppatore dell'azienda, dedito alla nostra causa e molto paziente con me e con Oke in tutte le email che ci siamo scambiati.

Articoli sul blog:

Domenica mattina ho scritto un articolo sulla sua storia e lunedì ne ho pubblicato un'altro più dettagliato. A quel punto tutte le persone espatriate erano già in contatto con noi, chiedendo come fare per partecipare all'iniziativa. Che Dio vi benedica!

 Documentario su You Tube:

Quella sera stessa pensai di realizzare un video che collegasse Oke a noi. Non uno di quegli stupidi video del tipo ‘£/$3 al giorno salverà 1 milione di bambini in Africa’, ne volevo uno in cui Oke semplicemente raccontasse la sua storia. Mi misi in contatto con Onye Ubanatu (perché solo i migliori potevano riuscirci) e, di nuovo, era quasi mezzanotte. Accettò subito, una volta descritta l'idea! Sarebbe stato via da Lagos per tutta la settimana, ma mi promise di mettersi al lavoro il giorno dopo essere rientrato, fatto positivo perché avrebbe dato alla campagna una scossa quella stessa settimana. Grazie, Onye! Mwah!

Cercando di coinvolgere il governo (Mobile Telephony):

Ho ricevuto una telefonata ieri pomeriggio (mercoledì). Ejiro Gegere (Dio benedica la tua tenacia) ha chiamato per dire che il governo del Delta si era messo in contatto e che si sarebbe preso cura di Oke. Al momento della chiamata avevano già avuto la conferma per il suo ricovero in un ospedale dell'isola per dei test, e mentre state leggendo si è recato all'ufficio Immigrazione ed è tornato con il passaporto! Hanno detto che penseranno loro a tutto e sono già sulla buona strada per riuscirci.

Così #Oke è andato in India, dove al momento sta ricevendo le cure mediche. @KathleenNdongmo conferma:

@KathleenNdongmo: Sì! Sono così felice di vedere che Oke sta ricevendo le cure di cui ha bisogno RT @seunfakze: un'altra foto da #Oke dall'India #SaveOke http://pic.twitter.com/LZZsnBdh

La morale della storia #SaveOke

Emmanuel Udumah in La virilità è una delle cause riassume tre lezioni:

Oke nell'ospedale indiano (foto di @seunfakze, 11 Aprile 2012)

Oke nell'ospedale indiano (foto di @seunfakze, 11 Aprile 2012)

È quindi chiaro che, cercando di salvare Oke (#SaveOke), accettiamo le classificazioni semplici. Abbiamo capito che o torna a camminare con le sue gambe o non ci torna affatto. Il grigio non è un'opzione che ci piace scegliere. Ricordatevi che Russell e la sua schiera diventarono famosi spalleggiando una causa. Allo stesso modo, #SaveOke è una causa precisa. Una causa dal pragmatismo affettuoso e dalle conseguenze tangibili. Stavolta non c'è bisogno di sforzarsi per trovarne le implicazioni etiche né di perdersi in inutili dibattiti.

Se teniamo queste domande chiuse nella nostra testa, senza agire, perdiamo l'opportunità di goderci la gioia della spontaneità. Uno degli strumenti utilizzati qui sono i social media, utili nella repubblica della webosfera così come lo fu KONY 2012. Se questa repubblica potesse mettere da parte tutti i dubbi, che com'è giusto che ci siano, e agisse senza pensare, credo che a quest'ora avremmo salvato non soltanto Oke, ma anche noi stessi.

Infine, nell'articolo Lezioni dalla campagna #SaveOke, il sito Fairy GodSister fornisce quattro categorizzazioni:

La forza dei social media

Non ho mai avuto dubbi sul potere del social media (se ne avessi avuti, non li avrei studiati), ma se anche ne avessi avuti, questa campagna li avrebbe messi a tacere una volta per tutte. La velocità con cui gli articoli del blog sono stati diffusi e la strabiliante opzione del “ri-tweet” ne sono un esempio.

La Nigeria è nei guai

La storia di Oke non era che un'altra occasione di puntare il dito su un problema che  (in Nigeria) non siamo riusciti a risolvere. Sfortunatamente, perfino nel 2012 siamo ancora in modalità “reazione” invece che “prevenzione”. Nessuno pensa a pianificare il futuro, santo cielo riusciamo a malapena a sopravvivere, oggi!

Chi parla a nome della gente dimenticata?

Quante persone muoiono ogni giorno perché non possono permettersi una buona assistenza sanitaria? Quanti episodi di scarsa rilevanza diventano pericolosi perché non sono stati stroncati sul nascere con delle cure adeguate? Chi parla per coloro che sono ignorati?

Siamo ancora il mondo

I social media hanno sempre ruotato intorno agli individui e sempre lo faranno. I social media senza il coinvolgimento umano possono essere paragonati a una bell'automobile senza conducente: senza il nostro intervento non contano nulla. Una cosa è starsene comodamente seduti a casa e lamentarsi ogni giorno su tutto ciò che va storto nel paese, sul disinteresse del governo, sul bisogno di un “cambio di paradigma” (ahah), eccetera. Completamente diverso (e più redditizio) è però onorare i propri doveri civici, conoscere i politici (locali e nazionali) e considerarli poi responsabili tenendosi aggiornati, ponendo loro domande, sapete come fare, no?.

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